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 Settembre » “La fede è una voce nel mistero della vita” 

EDITORIALE

ANTONELLO VENDITTI

“La fede è una voce nel mistero
della vita”

di ANTONELLO VENDITTI cantautore - Testi a cura di MARTINA LUISE foto M. L. ANTONELLI (AGF) / F. BARILARO (AGF)/CREATIVE COMMONS



Dall’infelicità della mia infanzia mi sono difeso con la musica. Sono stato un bambino che soffriva in silenzio in una famiglia che sentivo opprimente. A 15 anni pesavo quasi un quintale, 94 chili, e nessuno in casa mi avvertiva ‘guarda che sei troppo grasso’. Nessuno tranne i ragazzini della mia età: mi bersagliavano, non mi invitavano alle feste, per loro ero solo “ciccia bomba”. Era il bullismo di allora: nulla a che vedere con quello di oggi, che è arrivato al massimo dell’atrocità. Ma sentivo che qualcosa non andava e il pianoforte diventò il mio segreto, l’unico mio modo di comunicare. A 14 anni cominciai a scrivere canzoni ed è rimasto il mio modo di esprimermi. Mia madre era cattolica praticante e mia nonna materna Margherita ancora di più. Mi portavano a tre Messe la domenica, la mattina, a mezzogiorno e a quella vespertina. Ma non le riuscivo a capire. Liceo al ‘Giulio Cesare’, poi laurea in giurisprudenza, specializzazione in filosofia del diritto. E suonavo. Nel ’71 quando mi sono laureato stava per uscire il mio primo disco. Vincenzino Italo, mio padre, viceprefetto di protezione civile al Viminale, mi incoraggiava. Mia madre Wanda invece proprio no. Lei mi immaginava per tutta la vita insieme a lei, era gelosa di qualunque ragazza le presentassi. Il suo amore un po’ malsano per anni mi ha devastato. Ma l’ho perdonata comunque, da quando non c’è più l’ho perdonata.
 

Tuttora sono rimasto per certi versi cattolico integralista com’era mia madre, ma anche laico come mio padre. La fede è dentro di me, è la voce che conta nelle scelte di vita, è il dialogo continuo tra me e Dio. Se preghi, le parole sono già amore, voglia di arrivare a Lui perché ci ascolti. Il mistero resta, ma il dialogo con Dio ci porta oltre la nostra condizione limitata, destinata a fallire e tuttavia libera di scegliere. Avere fede è credere nell’anima, nella carità, nella Chiesa che ti sprona a dare anche ai tuoi nemici, non solo ai giusti, se poi i giusti esistono. Ci insegna a farlo per amore. Se è l’egoismo a guidarci, allora non ti salvi. L’amore, l’ho scritto anche in una mia canzone, è “darsi tutto dal profondo”. Dunque somiglia molto alla carità.
 
Da bambino la mia parrocchia era San Giuseppe sulla Nomentana, nel quartiere Trieste. Non cantavo in chiesa, ci andavo per giocare a pallone e a ping pong. Ma lì ho conosciuto un genio della musica: don Giuliano, un prete portoghese. Era uno dei più grandi organisti del mondo, sono andato anche a vedere i suoi concerti. Poi ho incontrato don Sala, il mio professore di religione a scuola: era un sacerdote d’attacco, forte e sbrigativo. Gli facevo domande scomode e lui mi teneva testa. Oggi un mio grandissimo amico è diventato vescovo di Reggio Emilia, don Massimo Camisasca.
Mi colpisce dei sacerdoti l’enorme cultura che devono avere per essere pronti ad andare in una specie di ‘guerra di pace’ con la loro squadra. Oggi il sacerdote deve fare da mediatore, con più passione rispetto ad altre epoche, e nonostante la minor affluenza di gente non deve mancargli la vocazione. E poi per me un’altra grande figura della Chiesa italiana oggi è don Guerino Di Tora. L’ho conosciuto quand’era direttore della Caritas diocesana di Roma (oggi è vescovo ausiliare del settore nord, ndr). Don Guerino è stato un mito per questa città. Ha trasformato sul campo l’amore in realtà e azione. Quando ho scritto la canzone Giuda non volevo dire eresie, per cui chiesi consigli a lui.
 
E poi c’è un’altra anima nella Chiesa che non va dimenticata: le suore. Se non ci fossero non si andrebbe avanti. Io qui vicino casa mia, nella basilica di Santa Cecilia (foto in alto) ho le “mie” suorine che cantano alla grande, con le quali mi confronto, gli regalo i cd e sono contento quando sto con loro. La musica è la prima forma di preghiera al mondo. Penso che sia nata proprio così: perché la musica soprattutto è un incontro, con te stesso e con gli altri, esattamente come la preghiera. Nelle mie canzoni mi interrogo: ho scritto Che fantastica storia è la vita, ma anche brani che parlano dell’aldilà, come Non so dirti quando o Lacrime di pioggia. La vita è un miracolo che va vissuto fino in fondo. Una canzone a cui io sia più legato non c’è: tutte quelle che ho scritto ne fanno una e quindi se non ci fosse stata la prima non ci sarebbe stata neanche l’ultima. Sono tutte autobiografiche, tutte parti della stessa storia, che è la mia vita.
 
 
 
  
 

 

DA SARA A NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI
Talento precoce e cantautore tra i più amati
Roma, anni ’70. Al Folkstudio di via Garibaldi nasce la carriera di Antonello Venditti (al secolo Antonio, classe 1949), cantautore divenuto il simbolo di una romanità di cui ha saputo raccontare lo spirito, trasformando la biografia in esperienza collettiva. Avviato allo studio del pianoforte dalla mamma, a soli 14 anni compone brani quali Sora Rosa e Roma capoccia. Nel fremente decennio del suo esordio, pubblica quasi un album l’anno toccando temi politici (Compagno di scuola) e sociali (Lilly), mentre più sentimentale si rivela la produzione del decennio successivo: gli anni ’80 sono coronati dal celebre concerto al Circo Massimo in cui regala ai tifosi della sua squadra del cuore le note di Grazie Roma. Arrivano poi altri album di successo (In questo mondo di ladri, Benvenuti in paradiso) e la sua fama si fa sempre più solida. L’album più recente è Tortuga (2015). Nel 2009 l’autobiografia L’importante è che tu sia infelice, ma l’ottimismo rimarrà sempre il suo più prezioso compagno di viaggio: “E quando penso che sia finita / è proprio allora che comincia la salita./ Che fantastica storia la vita”.Laura Novelli 
 

 
 
 
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